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Che cos’è l’attenzione

C’è un’antica storia zen. Uno studente chiese al maestro Ichu: “Ti prego, scrivimi qualcosa sulla grande saggezza”. Il maestro Ichu prese il pennello e vergò una sola parola: ‘Attenzione’. “È tutto qui?”, chiese lo studente. Il maestro scrisse: ‘Attenzione, attenzione’. Lo studente si irritò: “Non mi sembra molto profondo né sottile”. In risposta, il maestro Ichu scrisse: ‘Attenzione, attenzione, attenzione’. Frustrato, lo studente chiese: “Che cosa significa la parola attenzione?”. Il maestro Ichu rispose: “Attenzione significa attenzione.

Potremmo sostituire ad attenzione la parola consapevolezza. L’attenzione, o consapevolezza, è il segreto della vita, il cuore della pratica. Come a quello studente, anche a noi sembra un insegnamento deludente, arido e poco interessante. Vogliamo una pratica eccitante! La semplice attenzione è noiosa. La pratica sarebbe tutta lì?

Nei colloqui con gli studenti ascolto lamentele su lamentele: il programma del ritiro, il cibo, le cerimonie, io, eccetera eccetera, i problemi che mi presentano sono poco più importanti di un fatto ‘banale’ come aver sbattuto un piede. Come sistemare il cuscino? Come spazzolarci i denti? Come scopare il pavimento o affettare una carota? Pensiamo di essere qui per affrontare questioni più ‘importanti’: il rapporto di coppia, il lavoro, la salute e così via. Non vogliamo disturbarci con le ‘piccole’ cose: maneggiare i bastoncini o dove mettere il cucchiaio. Eppure queste azioni sono la vita, momento per momento. Non è un problema di valori ma di attenzione, di consapevolezza. Perché? Perché ogni istante della vita è assoluto. È esattamente quello che c’è. Non c’è niente al di fuori del momento presente; non c’è passato, non c’è futuro, c’è soltanto questo.

Se non diamo attenzione a ogni minuscolo questo, perdiamo la totalità. Questo può essere qualunque cosa. Questo può essere stendere la stuoia sotto il cuscino, tagliare una cipolla, andare a trovare una persona che non vorremmo vedere. Non importa il contenuto del momento, ogni momento è assoluto. In esso c’è tutto ciò che c’è, e che ci sarà sempre. Se riusciamo a dare piena attenzione, niente ci turberà. Se siamo turbati, è assiomatico che non stiamo dando attenzione. E se perdiamo un momento, e poi un altro, e poi un altro ancora, siamo nei guai.

Supponiamo che sia stata condannata alla ghigliottina. Sto salendo i gradini del patibolo. Posso mantenere l’attenzione al momento? Posso essere consapevole di ogni passo, uno dopo l’altro? Posso sistemare per bene la testa nella tacca per facilitare il compito al boia? Se sono capace di vivere e di morire così, non ci saranno problemi.

Liberarsi dai pensieri egocentrici con l’attenzione

I problemi nascono quando subordiniamo questo momento a qualcosa di diverso, ai pensieri egocentrici: non solo questo momento, ma ciò che vorrei. Per tutto il giorno applichiamo al momento le nostre preferenze personali, e così nascono i problemi.

Un’altra vecchia storia parla di una banda di ladri che irruppero nello studio di un maestro zen annunciando che gli avrebbero tagliato la testa. “Vi prego di attendere fino all’alba”, disse il maestro. “Devo finire un lavoro”. Dedicò il resto della notte a finire il lavoro, a bere tè e a godersela. Scrisse una poesia in cui paragonava il taglio della sua testa a un venticello primaverile, e la consegnò ai ladri come regalo. Il maestro era un buon praticante.

È una storia difficile da comprendere, perché siamo attaccati ad avere la testa sul collo. Non ci piace che ci venga tagliata. Abbiamo deciso che la vita debba andare come noi vogliamo che vada. Se non lo fa, siamo arrabbiati, confusi, depressi, irritati. Sono sentimenti non cattivi di per sé, ma chi vuole una vita dominata da loro?

Quando l’attenzione al momento presente vacilla e cadiamo in qualche versione del solito ‘voglio che vada come voglio io’, si crea una frattura nella consapevolezza della realtà così com’è, in questo preciso momento. In quella frattura allignano tutti gli errori della nostra vita. E per tutto il giorno non facciamo altro che creare una frattura dietro l’altra. La pratica serve a richiudere la frattura, a ridurre i periodi in cui siamo assenti, imprigionati nel nostro sogno egoistico.

È un errore credere che la soluzione sia che io faccio attenzione. Non ‘io scopo il pavimento’, ‘io taglio le cipolle’, ‘io guido la macchina’. Anche se va bene in uno stadio preliminare, questa modalità conserva il pensiero egocentrico nel definire se stessi come un ‘io’ al quale si presenta un’esperienza. Quando si comprende più profondamente, c’è semplice consapevolezza: solo sperimentare, sperimentare, sperimentare. Nella pura consapevolezza non c’è frattura, non c’è spazio in cui possano nascere i pensieri egoistici.

In alcuni centri zen gli studenti vengono invitati a rallentare i movimenti, ad esempio prendere e deporre le cose con estrema lentezza. Questa attenzione forzata è diversa dalla semplice consapevolezza, dal fare una cosa e basta. La ricetta della vita è fare semplicemente quello che stiamo facendo. Non forzatevi: fatelo e basta. Ogni volta che nascono pensieri egocentrici abbiamo perso il treno, abbiamo creato una frattura. Questa frattura è il nido di tutti i problemi e le ansie che ci affliggono.

I limiti delle pratiche di concentrazione

Molte forme di pratica, comunemente indicate come meditazioni concentrative, cercano di restringere il campo della consapevolezza. Alcuni sono la recitazione di un mantra, le visualizzazioni, il lavorare al Mu (in modo concentrativo). Anche l’attenzione al respiro richiede l’esclusione degli altri dati sensoriali. Queste pratiche di restringimento dell’attenzione inducono rapidamente alcuni stati piacevoli. Ci può sembrare di esserci liberati dai nostri problemi per il fatto di sentirci più calmi. Una pratica di attenzione ristretta può sfociare nella trance, uno stato tranquillo e narcotizzato in cui tutto svanisce. Ma qualunque pratica di restringimento dell’attenzione, benché a volte sia utile, alla fine risulta limitante. Se non prendiamo in considerazione tutto il nostro mondo, tanto fisico che mentale, ci scappa qualcosa. Una pratica limitativa non può essere riportata nella vita quotidiana, e trasferendola nel mondo non sappiamo ancora come agire, e ci lasciamo ancora turbare e irritare. Una pratica concentrativa, se siamo perseveranti (e io Io sono stata), può aprire una breccia momentanea nella nostra resistenza, può darci un barlume di assoluto.

È un’apertura forzata, non realmente genuina. Manca qualcosa, Anche se gettiamo un’occhiata sull’altro aspetto del mondo fenomenico, sul nulla o la pura vacuità, c’è ancora un io che ne fa esperienza. L’esperienza è dualistica e limitata nelle sue applicazioni.

La nostra, invece, è una pratica di consapevolezza che comprende tutto. L”assoluto’ è ogni cosa, svuotato di contenuti emotivi personali. Iniziamo a svuotarci dei pensieri egocentrici imparando a essere sempre più consapevoli in ogni momento. Mentre una pratica concentrativa, ad esempio focalizzata sul respiro, esclude il rumore del traffico o i nostri discorsi mentali (per ritrovarci confusi quando lasciamo che tutte le altre esperienze raggiungano la coscienza), la pratica della consapevolezza è aperta a qualunque esperienza presente, a tutto questo sconvolgente universo, e ci aiuta lentamente a districarci dalle reazioni emotive e dai nostri attaccamenti.

Ogni volta che ci lamentiamo di qualcosa, siamo in una frattura. Nella pratica della consapevolezza notiamo i pensieri e la contrazione fisica, accogliamo tutto e ritorniamo al momento presente. È la pratica più difficile, perché o fuggiamo del tutto o affondiamo nelle nostre piccole irritazioni. In fin dei conti, pensiamo, l’irritazione ci tiene nel centro della situazione. Obbedire ai pensieri egocentrici è come camminare nella melassa: è difficile districare i piedi, che restano appiccicati. Possiamo liberarci pian piano, ma se pensiamo che sia facile ci stiamo prendendo in giro.

Ogni volta che siamo irritati siamo nella frattura. Diventano dominanti le emozioni egoistiche, ciò che noi vogliamo dalla vita. Ma le nostre emozioni non sono più importanti del rimettere a posto una sedia o il cuscino di meditazione.

Affrontare la frattura aperta dalla disattenzione

La maggior parte delle emozioni non nasce dal momento immediato, come quando vediamo un bambino investito da un’automobile, ma sono prodotte dalle pretese egocentriche che la vita vada come noi vogliamo. Tali emozioni non sono un male di per sé, ma attraverso la pratica impariamo che non sono importanti. Mettere in ordine le penne sulla scrivania ha altrettanta importanza del sentirci soli e senza nessuno. Se riusciamo a sperimentare la solitudine e vediamo i pensieri che aggiungiamo alla solitudine, possiamo uscire dalla frattura. La pratica è questo ‘uscire’: una volta, due volte, tre volte. Se viene a galla un ricordo appartenente a sei mesi fa, e con il ricordo sopraggiungono sensazioni di malessere, guardiamole con interesse ma niente di più. Sembra freddezza, ma è necessario per essere persone realmente calde e compassionevoli. Se ci scopriamo a pensare che le nostre emozioni sono più importanti di ciò che avviene nel momento, notiamolo. Spazzare il vialetto di casa è realtà, le sensazioni sono qualcosa di costruito, una rete tesa per intrappolare noi stessi. È sorprendente il processo in cui tutti cadiamo; in un certo senso, siamo tutti matti.

Quando guardo i pensieri e noto le sensazioni fisiche, mi rendo conto della mia resistenza a praticare con loro e poi riprendo la lettera che stavo scrivendo, sono passata dalla frattura alla consapevolezza. Se siamo perseveranti, giorno dopo giorno, a poco a poco, troviamo l’uscita dall’appiccicoso pasticcio della nostra vita personale. La chiave è l’attenzione, l’attenzione, l’attenzione.

Riempire un assegno è altrettanto importante del pensiero angosciante di non rivedere mai più una persona cara. Se non affrontiamo la frattura aperta dalla disattenzione, ne risentono tutti.

Anch’io ho bisogno di praticare. Supponiamo che mia figlia, che aspetto per il Natale, telefoni per avvertirmi che non viene. La pratica mi aiuta a continuare ad amarla, invece di irritarmi perché non fa ciò che io voglio. La pratica mi aiuta ad amarla di più. Senza pratica, sarei un’anziana signora sola e intrattabile. In un certo senso l’amore è semplice attenzione, semplice consapevolezza. Se mantengo la consapevolezza posso insegnare bene, e insegnare è una forma d’amore; scarico sugli altri meno aspettative e sono più utile. Quando rivedrò mia figlia non mi porterò dietro vecchi risentimenti e la guarderò con occhi sempre nuovi. La priorità è sempre qui e adesso. In realtà c’è un’unica priorità: l’attenzione al momento presente, qualunque sia il contenuto. Attenzione significa attenzione.

Charlotte Joko Beck

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